Abiti usati: beneficienza o business?

Quante volte abbiamo donato i nostri abiti usati alle persone meno fortunate utilizzando i famosi cassonetti gialli? E quante volte ci siamo chiesti quanto realmente gli abiti finissero nelle giuste mani? Le ombre su questa attività sono molte e il sospetto che dietro a tutto questo si nasconda un vero e proprio business si alimentano giorno dopo giorno.

Milano, Napoli, Roma e a seguire molte delle principali città italiane. Ogni anno, una quantità che si aggira attorno a 10 mila tonnellate di vestiti finisce negli ormai famosi cassonetti gialli. Ma dove finiscono realmente gli abiti usati che decidiamo di donare ai meno fortunati? A Roma, in particolare, la nota inchiesta su Mafia Capitale ha portato alla luce particolari inquietanti, secondo i quali solo una piccola parte di questi abiti finirebbe realmente a destinazione.

E il resto dove va a finire? Sono molte le associazioni ambigue che potrebbero essere implicate in questo losco giro di affari e con la criminalità organizzata. Del resto, sono molte le persone che ogni giorno decidono di donare gli abiti che non indossano più. Un gesto altruista e di amore verso il prossimo, ma forse sarebbe importante conoscere più a fondo il contesto in cui tutto questo avviene.

Secondo le indagini svolte finora è emerso che solo una piccola parte di questi abiti finisce realmente a destinazione e, se consideriamo che, secondo i dati ISPRA del Ministero dell’Ambiente, i vestiti destinati ai cassonetti gialli si possono quantificare in 2 kg a persona donati nel corso dell’anno, la situazione appare subito più chiara. Chi è che guadagna su tutto questo?

Ma chi è che si occupa della gestione degli abiti usati? Facciamo chiarezza anche su questo.

In prima linea ci sono le organizzazioni senza scopo di lucro che lavorano nell’ambito della cooperazione internazionale. Ma ci sono poi anche cooperative sociali, aziende commerciali e società no profit, che spesso lavorerebbero, in teoria, in collaborazione con molte associazioni che si occupano di raccogliere vestiario per i più indigenti. In teoria, sì, perché dagli elementi emersi dalle indagini sarebbero veramente pochi gli abiti che giungono davvero a destinazione.

L’iter della gestione

La raccolta differenziata degli abiti usati è regolata dalla legge. Gli abiti sono classificati come rifiuti urbani e devono essere raccolti negli appositi cassoni gialli distribuiti in tutto il territorio comunale. Ad occuparsi della prima fase di questa raccolta, è il comune.

Entra poi in gioco lo smaltimento. Gli abiti non vengono gettati, soprattutto perché il procedimento di smaltimento del tessile è piuttosto complicato, ed ecco che entrano in gioco numerosi fattori. Gli abiti possono essere utilizzati nuovamente e ridistribuiti, ma chi si occupa di tutto questo? Il Comune, a questo punto, appalta la gestione dei vestiti usati a diversi enti, che possono essere onlus, cooperative o altri soggetti.

Gli abiti vengono raccolti e venduti ad aziende che si occupano di stoccaggio. Ogni indumento viene selezionato e, se ritenuto in buone condizioni, viene igienizzato. O meglio, così dovrebbe essere. Ma è qui che si prepara il terreno che permette ad associazioni poco sere e oneste di coltivare il proprio business. Società e associazioni varie ed assortite, tramite altre società, sono libere di prelevare gli indumenti e di rivenderli, spesso all’estero e in paesi più poveri come i paesi dell’Est Europa e del nord Africa. Tutto questo, troppo spesso senza controllo e senza alcun procedimento di sanificazione e con ingenti guadagni illegali. Il tutto, a discapito di chi avrebbe davvero bisogno di quegli abiti e beffandosi dello Stato. Fare beneficienza e gesti altruistici rimane una cosa onorevole e molto bella nei confronti del prossimo, ma è necessario tenere gli occhi sempre aperti ed essere informati il più possibile.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *